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Fotografia artistica & trasmissività fotografica

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Intervista al fotografo Antonio d'Antoni

Signor D’Antoni, lei è un medico chirurgo, come è nata la sua passione per la fotografia?
È da molto che mi interesso di fotografia, da quando avevo circa 18 anni. Guardando con attenzione delle foto che mi avevano colpito a casa di alcuni amici, ho apprezzato dei particolari che prima non avevo focalizzato ed ero stimolato da sensazioni già vissute. Presi in prestito la macchina dell’amico e cominciai a scattare e a stampare in bianco e nero, prediligendo attimi e particolari di vita. Lasciavo che le emozioni visive fossero il mirino della mia macchina e, tornato a casa, completavo questo mio guardare con la stampa.

Quali sono le sue tecniche preferite, e gli obiettivi per il suo futuro da artista?
Preferisco scattare sia con macchine analogiche sia digitali, perché in alcuni casi è molto diverso il risultato, in funzione del momento da riprendere. Lavoro poi le foto digitalizzandole, per creare “scorci parlanti” filtrati con la mia capacità di comunicare. A essa associo poi degli scritti che vogliono essere un completamento parlato delle mie sensazioni.
Per il futuro c’è poi la speranza che i miei lavori riescano a trasmettere sempre meglio questo mio pensiero e che lo spettatore sia dalla mia stessa parte. Ci sono state e ci saranno delle mostre e dei libri in cui si potrà considerare da vicino il mio operato. Arduo compito? Spero di riuscirci con il passare del tempo , ma questo lo potrà dire solo il mio pubblico.

Cosa vuole comunicare con la sua arte?
Impiego molto tempo prima di scattare, perché cerco di entrare nella situazione in cui mi trovo , imprimendo nella fotografia le sensazioni che mi stimolano in quel momento. Parlo con la gente, mi soffermo ad ascoltare le loro storie, sono loro che guidano i miei occhi a guardare le loro parole e a fare delle loro vite vissute l’oggetto delle mie foto.
Il mio obiettivo primario è riuscire a trasmettere a chi guarda i miei lavori, le sensazioni e i sentimenti che mi hanno riempito l’anima in quello stralcio di vissuto; per fare questo, dovunque io vada, ho sempre con me la mia macchina. In sede di elaborazione, cerco di creare un lavoro che, per le immagini che lo compongono e i colori utilizzati, possa stimolare chi lo guarda a percepire le sensazioni e i sentimenti da me provati nel momento dello scatto. Alla fine, scrivo quello che, guardando il lavoro finito, mi viene naturale come voce dell’anima.